PoliticaPrimo Piano

Conversazione in Sicilia

 Di Diego Romeo con Salvatore Petrotto

—Dal Petrotto santoriano a quello di oggi. Entusiasmi mai soddisfatti e macerie politiche dell’oggi. Agrigento è la vittima sacrificale più illustre. Qualcuno ha scritto che ha il territorio più violentato della Sicilia. Dopo i riflettori puntati su “capitale della cultura”  la città non è più una “perfetta sconosciuta”.Non credo ci siano utopie possibili ma la constatazione di irredimibilita’. Lei è di nuovo in politica e quindi credo che sia più ottimista di me.

—Da giovani dovremmo essere tutti quanti un po’ incendiari. Poi, inevitabilmente, siamo costretti ad accettare un sistema di regole non sempre condivisibile, che garantisce lo status quo, la conservazione becera dell’esistente. Nessun cambiamento ormai sembra ammissibile, specie se serve a migliorare la condizione di vita della nostra società. Non esiste più l’ascensore sociale: chi nasce pezzente è destinato a morire pezzente!

I ricchi miliardari americani, gli oligarchi russi, gli sceicchi arabi, i Cinesi, hanno vinto un’insolita lotta di classe. Quello che Marx chiamava proletariato è stato sconfitto. Non esiste più neanche la voglia di lottare per riconquistare i diritti fondamentali, che stiamo perdendo uno dietro l’altro, in rapidissima successione. Il sottoscritto, ormai diversamente giovane, non più incendiario come ai tempi della Rete di Leoluca Orlando o di Italia dei Valori di Di Pietro, non sembra comunque destinato a fare il pompiere, per spegnere gli incendi appiccati durante la giovinezza.

—Cerchiamo adesso di atterrare nella terra di Empedocle e Pirandello.

—Come un po’ tutti quanti, anch’io sono davvero desolato quando volgo il mio sguardo verso Agrigento, una realtà unica nel suo genere. Non è una novità se continuiamo a constatare di essere al cospetto di quella che possiamo tranquillamente considerare la città-simbolo della perpetua rassegnazione. Ci rendiamo conto che  la rivolta sociale, quella autentica, non fa parte del patrimonio genetico agrigentino.

—Secondo lei qual è il motivo di questa atavica rassegnazione?

—Probabilmente tale torpore sociale deriva da un’antichissima sostituzione etnica, avvenuta durante la colonizzazione romana. Ci riferiamo a quando furono deportati, qualche millennio addietro, i fieri Greci per sostituirli con degli accondiscendenti filo romani.

Forse per tale ragione gli agrigentini sembrano soffrire della sindrome di Stoccolma: si innamorano quasi sempre del loro carnefice.

Chi li priva di tutto quanto, dignità compresa, diventa facilmente il loro padrone.

Non è un caso che Agrigento è sempre ultima per infrastrutture e servizi, e sempre prima per povertà e degrado socio-economico.